Per un vero Piano di Protezione civile nell’area flegrea e vesuviana

sangennarosfumatoMa perché l’area flegrea e vesuviana, nonostante uno spaventoso rischio vulcanico, i periodici annunci, il fiume di soldi già speso… continuano a non avere un Piano di protezione civile degno di questo nome?  Se lo è chiesto il Movimento Cinque Stelle che, a tal riguardo ha pubblicato un opuscolo che illustra, tra l’altro, il Disegno di Legge che intende presentare in Parlamento.

Qui di seguito uno stralcio di questo opuscolo, che può essere scaricato in formato PDF tipografico (l’impaginazione segue il formato stampa)

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Che fare in caso di emergenza vulcanica?

gemellaggi_vesuvio_d0Cosa dovrebbe fare oggi la popolazione flegrea e vesuviana in caso di allarme vulcanico? La risposta ufficiale è sintetizzata in questi due riquadri, tratti dai documenti della Protezione civile “Elementi di base per la pianificazione nazionale di emergenza dell’area flegrea” e “Piano nazionale di emergenza dell’area vesuviana”.

Metà della popolazione di Fuorigrotta dovrebbe evacuare in Toscana, l’altra metà nel Lazio; la popolazione di Pianura in Emilia, Bacoli nelle Marche, Pozzuoli in Abruzzo, Monte di Procida nel Molise, la popolazione di Vomero, Arenella, Chiaia in Puglia, Soccavo in Sicilia, Bagnoli in Basilicata….

Uguale sorte per le popolazioni vesuviane: Portici in Emilia Romagna, Ercolano in Toscana, Terzigno nel Veneto, Torre del Greco in Sicilia……

Probabilmente molti già conoscono queste destinazioni e, verosimilmente, credono che questo drammatico esodo debba verificarsi solo e se l’eruzione assume dinamiche pericolose per la popolazione. In altri termini, essi credono che il “Piano di protezione civile” (che immaginano esista da qualche parte) contempli anche una serie di misure da attuare durante la fase di Allarme; quando, cioè, non si sa se una serie di fenomeni (continui terremoti, bradisismo, intensificarsi delle fumarole….) sfoceranno in una eruzione o se rientreranno senza fare danni (come fu, ad esempio, per il bradisismo del 1982-83).

piano flegrei regioniCosì non è. È proprio questo il nocciolo della faccenda.

Al pari di quanto è stato fatto per l’area vesuviana, le direttive per l’emergenza per l’area flegrea prevedono SOLO l’evacuazione, da attuare in una non meglio precisata “emergenza”. E, proprio per questo i piani di protezione civile continuano a non essere nè redatti nè approvati.

Ma, a proposito, chi dovrebbe oggi redigere questi piani?

Considerato l’enorme rischio rappresentato da una emergenza vulcanica nei Campi Flegrei, e nell’area vesuviana, sarebbe lecito aspettarsi che da qualche parte (al Dipartimento della Protezione Civile, al Ministero dell’Interno, alla Prefettura di Napoli, alla Regione Campania, alla Provincia di Napoli…….) ci sia un Ufficio preposto a realizzare l’apposito “Piano di emergenza”. Del resto in Italia (e ancora più in Campania) ogni “emergenza” (frana di Sarno, frana di Casamicciola, alluvione di Napoli…) è servita a far nascere appositi carrozzoni: i “Commissariati straordinari”, gonfi di dipendenti assunti per “chiamata diretta”, ora, misericordiosamente, assunti a tempo indeterminato in una nuova “agenzia” della Regione Campania: l’ARCADIS; (e tutto questo mentre il Settore Protezione Civile della Regione Campania si regge su i LSU: lavoratori in “nero” che da 16 anni non percepiscono nemmeno i contributi previdenziali).

Ma, incredibile a dirsi, per realizzare il “Piano di emergenza Campi Flegrei” (o quello per l’area vesuviana non c’è NULLA: né un ufficio, né funzionari, neanche un preciso responsabile. Soltanto annunci sui mass media di “imminenti” piani, che si perpetuano dal 1996.

Perchè questa scandalosa situazione?

Per capirlo è necessaria una premessa. Da tempo, in Italia, buona parte della ricerca scientifica è direttamente finanziata o sponsorizzata dal Dipartimento della Protezione civile. Impossibile sapere per quanti soldi. Anni fa, ad esempio, una interrogazione parlamentare chiedeva di sapere quanto era stato dato dal Dipartimento della Protezione civile all’INGV (Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia) per assumere personale, acquistare attrezzature e software, assegnare consulenze, organizzare convegni e “corsi di formazione”…. in nome del “Piano di emergenza Vesuvio”. A quella interrogazione il governo non ha mai dato risposta.

La verità è che il “rischio Vesuvio (o Campi Flegrei)” per molti è un problema ma per qualcuno è una risorsa. Un mezzo per continuare a mungere soldi pubblici, arraffare consulenze, spianare carriere… Un po’ come è stato per il “problema rifiuti”. Anche per questo non è stato mai varato un definitivo Piano di protezione civile, ma solo “studi preparatori” a questo. Anche per questo, le spese per ricerche finalizzate al “rischio vulcanico” si sono moltiplicate a dismisura: basti pensare alla costosissima “Tomografia assiale sismica” del Vesuvio, agli innumerevoli progetti commissionati alla campana AMRA (Centro di competenza Analisi e Monitoraggio Rischio Ambientale), al “Deep Drilling Project” in corso nell’area flegrea…..

Ovviamente, ben venga l’ausilio della comunità scientifica nella Protezione civile, il problema, comunque, nasce quando questo connubio si traduce unicamente nella produzione di pubblicazioni scientifiche utili solo alla carriera degli accademici e dei loro portaborse e in un omertoso legame, come quello attestato dalla sentenza di condanna della Commissione Grandi Rischi al processo per il terremoto dell’Aquila. Ancora peggio, quando la mitigazione del rischio viene invocata per realizzare opere che hanno tutt’altra finalità, come la costruzione di “nuove strade per garantire la fuga” proposte oggi per l’area flegrea e in passato per l’area vesuviana. Opere queste – non solo inutili (come vedremo più avanti) e costose – ma che, diventando ben presto nuovi assi di urbanizzazione (abusiva o meno) finiscono per aggravare il rischio.

Quale Piano di Protezione civile?

Più avanti la proposta di Legge che il Movimento Cinque Stelle intende presentare al Parlamento c’è l’istituzione di un “Ufficio per il Piano di emergenza Campi Flegrei, e area vesuviana”. Un ufficio con un preciso scopo, un preciso responsabile e un preciso scadenzario da rispettare. Non abbiamo, quindi la pretesa di sostituirci qui ai tecnici che dovranno redigere il Piano; un Piano certamente complesso ma che dovrà essere redatto anche confrontandosi con la popolazione e gli enti locali che dovranno attuarlo, e non già subirlo.

Ciò premesso, accenniamo ad alcuni aspetti delle passate emergenze che hanno coinvolto le nostre aree vulcaniche evidenziando alcuni punti che ci auguriamo possano connotare il futuro Piano di protezione civile per l’area vesuviana e flegrea.

Il principale motivo che ha impedito, finora, di realizzare un vero Piano di Protezione civile per l’area flegrea e vesuviana è stata la pretesa di imperniarlo su una evacuazione “preventiva” di tutta la popolazione in caso di “allarme vulcanico”. Una impostazione certamente “comoda” per i burocrati, che possono così, pilatescamente, “lavarsi le mani”, anche se poi la gente (perché esasperata – ad esempio – dalla mancanza di una sistemazione alternativa decente o non vedendo verificarsi alcuna eruzione) ritorna dopo qualche giorno a casa, con le conseguenze che è facile immaginare.

All’estero, invece, (considerando che una eruzione “annunciata” potrebbe, poi, non verificarsi) i piani di emergenza (anche quelli per aree densamente popolate) seguono, generalmente, altre direttive. Non appena le reti di monitoraggio intercettano segnali che lasciano presagire una possibile ripresa dell’attività vulcanica, si fanno allontanare dall’area solo quelle fasce di persone particolarmente vulnerabili (ad esempio, degenti di alcuni reparti ospedalieri); se i segnali diventano sempre più inequivocabili (e se, quindi, l’eruzione diventa sempre più probabile) l’allontanamento coinvolge, progressivamente, altre fasce di popolazione (ad esempio, tutti i degenti degli ospedali, poi – eventualmente – persone handicappate, poi – eventualmente – persone anziane, poi – eventualmente – famiglie con numerosi bambini….).

Questa impostazione del Piano presuppone, ovviamente, una attenta ricognizione del territorio e, sopratutto, un attivo coinvolgimento delle comunità locali (che, invece, finora, in Campania, sono state trattate, più o meno, come pezza da piedi) per pianificare tutte quelle iniziative finalizzate a garantire alla popolazione una permanenza nell’area in una situazione di crisi. Una di queste potrebbe essere una accurata indagine sulla vulnerabilità degli edifici ai terremoti (i quali scandirono il bradisismo del 1982-83);  sopratutto per l’area flegrea dove lo zolfo presente nell’atmosfera, unito alla salsedine marina, determina fenomeni corrosivi nei tondini di ferro del cemento armato.

Un altro suggerimento che ci sentiamo di dare riguarda il come diradare la popolazione nell’area per ridurre i danni di una speriamo lontanissima imponente eruzione. Un tentativo in tal senso fu fatto nel 2002  dalla Regione Campania con il varo del “Progetto Vesuvìa”, (che, comunque, naufragò tra un mare di “interventi  a pioggia”, clientele e tagli dei fondi) e ancora prima, nel 2000, con la proposta di Legge “Piano Sicurezza Vesuvio” presentato in Parlamento da Rifondazione Comunista). Bisogna, comunque insistere su questa strada, l’unica che può evitare che la prossima eruzione in Campania si trasformi in una spaventosa catastrofe con un mare di profughi. Prefigurare incentivi, quali priorità nell’assegnazione di alloggi popolari, nei concorsi pubblici e nei trasferimenti (per lavori da svolgersi fuori da queste aree), gratuità dei trasporti pubblici (per chi, pur dovendo lavorare nelle aree vulcaniche, si sposta fuori zona), creazione di rete a banda larga e altro per rendere appetibili territori oggi abbandonati come quelle dell’entroterra campano…   Le proposte da mettere in cantiere sono molte  e il Movimento Cinque Stelle intende discuterle, ancora prima che con quello che sarà l’Ufficio per il Piano di emergenza, con i cittadini. Affinché la tutela della sicurezza passi dai burocrati e dai politicanti, che nulla hanno fatto per garantirla, nelle mani della gente.

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Alcune considerazioni: Invece del Piano

L’elenco di tutte le (costose) iniziative realizzate finora pur di dare l’illusione che si sia fatto qualcosa per prepararsi ad una emergenza vulcanica in Campania sarebbe lunghissimo. Citiamone, quindi, solo qualcuna . Intanto le “esercitazioni di protezione civile” che, di norma, dovrebbero servire a testare un Piano di emergenza evidenziandone, e quindi spingendo a rivedere, eventuali punti critici. Per il Vesuvio e i Campi Flegrei, invece, in assenza di un qualsiasi Piano da testare, le pur numerose (e, spesso, costose) esercitazioni (“Exercise: Europa 96”, “Vesuvio 99”, “Vesuvio 2001”, “Mesimex 2006”, “Pozzuoli Shake Out 2012”…) si sono tradotte in surreali sceneggiate, come i 500 alunni di Somma Vesuviana spediti (nell’’esercitazione “Vesuvio 99”  in zona “sicura” e cioè Avezzano: 33.000 morti per terremoto nel 1915) con volontari ridotti a mere comparse, installazioni di tendopoli, elicotteri che volteggiano qua e là, autovetture che sfrecciano a sirene spiegate, “autorità” che si pavoneggiano e immancabili convegni.

Poi ci sono gli altrettanto costosi e inutili “corsi di formazione”. L’ultimo, “Protezione Civile e Rischio Vulcanico”, tenutosi nel dicembre 2012 verosimilmente per placare le ire dei sindaci e delle popolazioni flegree, giustamente preoccupati per la mancanza di un Piano di protezione civile e per la ripresa del bradisismo.

Poi c’è lo sterminato capitolo delle “iniziative educative” finalizzate, di solito, a creare una “convivenza con il rischio vulcanico”, realizzate, in alcuni casi, da insegnanti di buona volontà, in altri da enti e istituzioni per spendere un po’ di soldi in docenti, tutors, pubblicazioni… Tutte iniziative, si badi bene, certamente meritorie nella loro finalità, ma che si dissolvono nel nulla non appena qualcuno domanda “Ma, allora, noi in caso di allarme vulcanico, concretamente, cosa dobbiamo fare?”.

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Alcune considerazioni: Le passate eruzioni

L’impostazione della maggior parte dei piani di emergenza vulcanica all’estero (anche per garantire una adeguata assistenza, evitare la sindrome di “Al Lupo! Al lupo!” e circoscrivere il collasso economico e sociale conseguente all’allarme) permette alla popolazione abile di intervenire per ridurre i danni, ad esempio spalando le ceneri vulcaniche che, depositandosi sui tetti delle loro case, ne minacciano il crollo.

Un’attività questa che ha caratterizzato le popolazioni vesuviane nelle passate eruzioni.

Il Vesuvio, infatti, è stato in attività eruttiva esterna ininterrottamente dal 1631 al 1944 e questo continuo riproporsi di eruzioni ha permesso (un po’ come è oggi per la popolazione autoctona di Stromboli) lo svilupparsi di quella “cultura del territorio” che faceva leggere le eruzioni come un evento certamente pericoloso ma non come quella inevitabile e istantanea condanna a morte, una sicura catastrofe dalla quale scappare il più rapidamente possibile, oggi purtroppo radicata nell’immaginario collettivo.

A Pozzuoli nel 1970 (durante uno dei tanti bradisismi che poi rientrò senza evolversi in eruzione) questa “cultura del territorio” si tradusse, addirittura, in scontri con le Forze dell’ordine (che volevano imporre l’evacuazione di Rione Terra) da parte di una popolazione che, giustamente, ribadiva come il bradisismo fosse una costante della vita della città, che le stesse eruzioni nei Campi Flegrei – come quella di Monte Nuovo del 1538 – non avevano mai avuto quei caratteri di repentinità e di immediata distruttività da rappresentare un diretto pericolo per la vita umana e, che, soprattutto, contestavano la scelta di sgombrare un solo rione (abitato da famiglie a basso reddito e, per la sua posizione panoramica, ambito da non poche immobiliari) per fronteggiare una eruzione.

Tredici anni dopo, invece, un nuovo bradisismo sciaguratamente enfatizzato dai mass media come prodromo di una catastrofica eruzione e, sopratutto, la mancanza di un serio Piano di protezione civile (che, tra l’altro, avrebbe potuto permettere alla popolazione di superare la situazione di stress) determinò il panico, l’allontanamento per mesi di decine di migliaia di persone e il conseguente collasso economico e sociale.

Paradossalmente, questo irrazionale terrore del rischio vulcanico porta, nella vita di tutti i giorni, alla sua rimozione. E gli stessi che oggi rischierebbero la vita gettandosi in una folle corsa in caso di “allarme vulcanico” non hanno nessuna remora a costruirsi una casa (eventualmente abusiva) su un cratere vulcanico.

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Alcune considerazioni: Prevenzione: anno zero

Non è solo colpa della “camorra” o dell’”abusivismo”. Anche lo Stato ce la mette di suo per fare aumentare i l’esposizione al rischio vulcanico. L’”Ospedale del Mare”, ad esempio, che, in una sarabanda di aumento dei costi, si sta “completando” (da dieci anni, ormai) a Ponticelli e che dovrebbe inglobare ben quattro ospedali napoletani è stato ubicato in un area già percorsa dai flussi piroclastici dell’eruzione del 1631. Uguale follia nell’area flegrea: cinque milioni di metri cubi da edificare a Bagnoli, in un area identificata come “rossa” e cioè a massimo rischio vulcanico. Ancora peggio per Pozzuoli: nel 1982, ai tempi del bradisismo, aveva 69.000 abitanti; rientrata l’emergenza, con l’edificazione del quartiere Monte Rusciello, il completamento di Rione Toiano e il recupero del Centro storico, è passata ai 83.000 abitanti di oggi. E tutto questo mentre “ecologi di professione” e tromboni accademici, che hanno fatto la loro fortuna salmodiando sulla “importanza della prevenzione”, forse per paura di perdere qualche consulenza o prebenda, non spendevano una parola su questo scandalo.

Su come sviluppare concretamente una politica di prevenzione nei Campi Flegrei e nell’area vesuviana date un’occhiata al nostro Disegno di Legge

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Alcune considerazioni: Un allarme da tenere segreto?

La Protezione civile, per il rischio vulcanico, è ancora all’Anno Zero. Tanto per dirne una, non è stata neanche indetta la Conferenza Stato-Regioni per definire chi e come dovrebbe accogliere nelle regioni previste dal “Piano” gli evacuati in caso di eruzione. Ma in una tale situazione, visto che l’attuale pianificazione dell’emergenza prevede solo un militaresco ordine a tutta la popolazione di evacuare “in caso di allarme”, è fantapolitica ipotizzare che, in una situazione di incertezza (quando cioè le reti di monitoraggio segnalano anomalie che potrebbero manifestarsi all’esterno con eventi immediatamente avvertibili dalla popolazione) le autorità, sperando che la situazione “rientri”, decidano di starsene zitte?

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Alcune considerazioni: La saga dei “piani di emergenza”

In questa scheda l’elenco (temiamo incompleto) delle commissioni e sottocommissioni che si sono succedute dal 1988 producendo (o riciclando), per lo più, studi certamente utili per arricchire qualche curriculum accademico. È da notare che quasi tutti questi studi contemplano come “eruzione di progetto” esclusivamente quella catastrofica vesuviana del 1631 (battezzandola EMA, “Eruzione Massima Attesa”) escludendo così, arbitrariamente,  altri scenari eruttivi che sarebbero incompatibili con la direttiva della “immediata evacuazione in caso di allarme vulcanico” che è stata imposta nella pianificazione dell’emergenza vulcanica in Campania.

1983. Durante il bradisismo il Ministero dell’Interno, dopo averne negato per settimane l’esistenza, distribuisce ai soli giornalisti uno sbalorditivo “Piano di evacuazione”. Basti dire che il documento, dopo aver ribadito più volte che l’evacuazione dei Campi Flegrei avrebbe preceduto di settimane il verificarsi della paventata eruzione, il Piano consigliava alle persone in fuga di “coprirsi il capo con cuscini per proteggersi dall’eruzione…”. Il documento non sarà mai distribuito alla popolazione.

1984. La prefettura di Napoli da’ alle stampe il documento “Pianificazione dell’emergenza nell’area vesuviana in caso di allarme vulcanico”. Tra le tante bizzarrie del documento una si conquista le pagine dei giornali: i sinistrati dei comuni colpiti dall’eruzione del Vesuvio sarebbero stati alloggiati “negli alberghi dislocati possibilmente nei comuni dell’area vesuviana meno colpiti dall’evento eruttivo”. Il documento non sarà mai distribuito alla popolazione.

1986, febbraio. Il Prefetto di Napoli, in una affollata conferenza stampa, sollecita il Dipartimento della Protezione Civile a redigere un piano di emergenza vulcanica

1988, 27 aprile. Viene istituita la “Commissione tecnico-scientifica a base interdisciplinare per lo studio dei problemi relativi alla individuazione dei rischi che comportano misure di protezione civile per i vari settori di rischio – settore rischio vulcanico»

1988, 30 giugno. Viene istituita la “Commissione incaricata di stabilire le linee guida per la valutazione del rischio connesso ad eruzione nell’area vesuviana”, che, pare, nel novembre 1992 consegna al Dipartimento Nazionale alla Protezione Civile una relazione conclusiva che, incredibile a dirsi, viene tenuta segreta, nonostante le numerose richieste di visione portate avanti da studiosi e da amministrazioni comunali dell’area vesuviana.

1990 Maggio: Il Gruppo Nazionale per la Vulcanologia (GNV) consegna al Dipartimento della Protezione Civile il ponderoso studio “Scenario eruttivo del Vesuvio”, sollecitandolo a programmare la stesura di un Piano di emergenza.

1992, novembre. Secondo alcune voci, la «Commissione incaricata di stabilire le linee guida per la valutazione del rischio connesso ad eruzione nell’area vesuviana» avrebbe consegnato al Dipartimento Nazionale alla Protezione Civile una relazione conclusiva che, incredibile a dirsi, viene tenuta segreta, nonostante le numerose richieste di visione portate avanti da studiosi e da amministrazioni comunali dell’area vesuviana.

1993, giugno. Sulla scorta dei lavori della precedente Commissione il Sottosegretario alla Protezione Civile, Vito Riggio.  istituisce una seconda ciclopica (64 membri) Commissione “incaricata di provvedere all’elaborazione di un Piano di emergenza dell’area vesuviana”. La commissione partorisce quattro sottocommissioni che, a loro volta, producono innumerevoli Gruppi di Lavoro.

1995, 25 settembre. Franco Barberi, viceministro alla Protezione Civile presenta il rapporto finale della Commissione: consiste nel documento “Pianificazione nazionale di emergenza dell’area vesuviana”, 31 Allegati e 22 Documenti Funzione.

1995, ottobre. Undici sindaci dell’area vesuviana protestano contro il documento della Commissione e l’esautoramento delle comunità locali nella redazione di questo, costituendosi in Coordinamento dei Comuni vesuviani

1996, 1 febbraio. Con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 247 la Commissione del 1993 viene perpetuata trasformandola nella “Commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani di emergenza dell’area vesuviana e flegrea connessi a situazioni di emergenza derivanti dal rischio vulcanico”. Questa nuova Commissione, dopo aver germogliato, come la precedente, una serie di sottocommissioni produce tre documenti («Progetto per la pianificazione dei flussi di allontanamento dei 18 comuni dell’area vesuviana in situazione di emergenza. Parte 1: studio ed elaborazione viabilità intercomunale»; «Aggiunte e varianti alle parti A3, B e C2 della pianificazione nazionale dell’emergenza dell’area vesuviana 2001»; «Elementi di base per la pianificazione nazionale d’emergenza dell’area flegrea»).

2001, agosto. Viene istituita una terza Commissione, che produce altri 5 Gruppi di Lavoro (Pianificazione dell’Emergenza; Attivazione della Struttura per funzioni di supporto; Potenziamento del Sistema Informativo Territoriale; Pianificazione Territoriale; Definizione della Pericolosità Vulcanica, Sorveglianza e Vulnerabilità; Educazione ed Informazione).

2002, 25 giugno. Con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 1828 viene ricostituita una nuova “Commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani di emergenza dell’area vesuviana e flegrea connessi a situazioni di emergenza derivanti dal rischio vulcanico” Secondo articoli giornalistici (mai pubblicamente smentiti), questa Commissione si è riunita due volte in sette anni.

2007, 23 aprile. Il Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso, in una affollata conferenza stampa a annuncia una “nuova strategia” che sovrintenderà al prossimo Piano di emergenza. Nessuno ne ha saputo più nulla.

2011, 18 febbraio. Il Capo del Dipartimento della Protezione civile, Franco Gabrielli annuncia la creazione di una commissione mista Dipartimento – Regione Campania che dovrebbe varare “al più presto” il “Piano di emergenza per l’area vesuviana e flegrea”.

2013, 11 gennaio: A margine di una ennesima riunione per presentare un ennesimo studio scientifico sul “rischio Vesuvio”, Franco Gabrielli, dalle colonne de Il Mattino, così risponde a chi gli chiede perché ancora non c’è un Piano nazionale: <<Il piano nazionale non è altro che la risultanza dei piani di settore che ciascuna istituzione deve fare. È inutile stare nell’attesa messianica di un piano nazionale da parte del governo centrale.>>

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Proposta di legge del Movimento Cinque Stelle

“Piano di sicurezza per l’area flegrea e vesuviana”

Art. 1: Classificazione vulcanica

I territori dei comuni di Boscoreale; Boscotrecase; Cercola; Ercolano; Massa di Somma; Ottaviano; Pollena Trocchia; Pompei; Portici; San Giorgio a Cremano; San Giuseppe Vesuviano; San Sebastiano al Vesuvio; Sant’Anastasia; Somma Vesuviana; Terzigno; Torre Annunziata; Torre del Greco; Trecase e i territori dei comuni di Pozzuoli, Bacoli, Quarto, Marano, Monte di Procida, Napoli (quartieri Pianura, Bagnoli, Fuorigrotta, Soccavo, Vomero-Arenella-Chiaia) sono classificati dalla presente legge “Aree ad elevato rischio vulcanico”.

Art. 2

Per mitigare il rischio vulcanico vengono istituiti:

a) il “Programma straordinario di interventi per la mitigazione del rischio vulcanico nell’area vesuviana e flegrea”, della durata di dieci anni, mirante a favorire un progressivo decongestionamento dei comuni di cui all’art. 1;

b) l’”Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei” avente come compito:

1) la realizzazione del Programma di cui al punto a)

2) la redazione e periodico aggiornamento del “Piano di Protezione civile per l’area vesuviana”

3) la redazione e periodico aggiornamento del “Piano di Protezione civile per l’area flegrea”

Art. 3

Al fine di svolgere in modo coordinato le funzioni previste nell’ambito dei suddetti punti 1, 2 e 3, ai sensi dell’art 30 del Decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” (comma 4), i Comuni dell’area vesuviana e i Comuni dell’area flegrea (di cui all’art 1) si costituiscono in convenzione obbligatoria con la costituzione di un ufficio di supporto all’Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei, che opera con personale distaccato, anche part time, dai Comuni.

Art. 4:

Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei. Direzione, compiti e competenze

a) La nomina del Direttore dell’Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei è affidata al Capo del Dipartimento della Protezione Civile, sentito il parere dei Comuni di cui all’art. 1 e del Presidente della Giunta regionale della Campania.

b) Il Direttore dell’Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei, entro un anno dalla sua designazione, redige la bozza del “Piano di Protezione civile per l’area vesuviana” e del “Piano di Protezione civile per l’area flegrea” inviandone copia, al fine dell’ottenimento di un parere non vincolante, ai sindaci dei Comuni dell’art. 1 e al Presidente della Giunta regionale della Campania. Entro un mese dall’invio della bozza, il Direttore, sentiti eventuali suggerimenti, invia i due Piani al Capo del Dipartimento della Protezione civile che provvederà a trasformarli in Decreto.

c) Il Direttore dell’Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei provvederà semestralmente all’aggiornamento dei piani con le stesse procedure previste nel punto b di questo articolo.

d) Il Direttore dell’Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei opera con le competenze e con i poteri del Capo del Dipartimento della Protezione Civile per quanto riguarda l’attuazione dei punti di cui all’art. 2.

e) Il Direttore dell’Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei assume tutte le competenze inerenti la pianificazione dell’emergenza vulcanica nell’area vesuviana e flegrea affidate, dalla legge 24 febbraio 1992, n. 225 e dalla legge n.59 15.3.1997, alla Prefettura di Napoli, alla Regione Campania e alla Provincia di Napoli e tutte le competenze inerenti la pianificazione del rischio Vesuvio affidate, dalla legge 24 febbraio 1992, n. 225 e dalla legge n.59 15.3.1997, ai Comuni.

f) Per lo svolgimento dei compiti affidati all’Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei, il Direttore potrà avvalersi di dipendenti dell’Amministrazione pubblica che saranno lì distaccati o trasferiti e, qualora tra questi non si ritrovassero le necessarie professionalità, potrà avvalersi tramite contratto di consulenza di esperti o di istituti di ricerca nazionali o internazionali.

g) Il Direttore dovrà relazionare semestralmente ai Sindaci dei comuni di cui all’art. 1 e al Presidente della Giunta regionale sulle attività svolte dall’Ufficio; le attività svolte dall’Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei e le documentazioni in suo possesso, dovranno essere liberamente consultabili da chiunque, anche tramite Internet.

Art. 5:

Le procedure per la redazione del “Programma straordinario di interventi per la mitigazione del rischio vulcanico nell’area vesuviana e flegrea”, di cui all’art. 2 e le modalità di finanziamento del suddetto Programma saranno riportate in apposito Regolamento attuativo che sarà emanato con apposito DPCM non oltre sei mesi dalla data di approvazione della presente Legge.

Art. 6

Sono sciolte tutte le Commissioni di nomina governativa inerenti la pianificazione dell’emergenza nell’area flegrea e vesuviana; queste provvederanno a trasmettere all’Ufficio Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei tutta la documentazione in loro possesso.

Sono abrogate tutte le norme in contrasto con la presente Legge

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